La battaglia della comunicazione: su Salvini, Rolling Stone, il PD

Qualche giorno fa il governo ha compiuto un mese, che è stato caratterizzato da un faticoso clima da campagna elettorale in cui Salvini ha fatto ogni giorno a gara con se stesso a dirla più grossa del giorno precedente. Al punto da mettere i giornalisti alle prese con un eterno dilemma: riportare le sparate, dato che costui è pur sempre il ministro dell’Interno, oppure ignorarle per non dargli corda, con tutte le conseguenze che la cosa comporta (compresa la non trascurabile perdita di click)?

Su Rivista Studio, Mattia Feltri della Stampa, Arianna Ciccone di Valigia Blu, Luca Sofri del Post e Stefano Feltri del Fatto si sono arrabattati con aria un po’ sconsolata per cercare di spiegare che occorre trovare una qualche sorta di equilibrio fra le due cose. Nel frattempo, una decina di giorni prima era uscita una copertina dell’Espresso intitolata “Uomini e no” in cui, nemmeno troppo tra le righe, si dava a Salvini del fascista. Oggi, invece, Rolling Stone esce con una bandiera arcobaleno in copertina, “noi non stiamo con Salvini” come titolo e una serie di dichiarazioni sul tema fatte da membri della società civile (tra questi compare Enrico Mentana, che però rivela di non aver dato il proprio consenso in un post su Facebook che risulta abbastanza imbarazzante per il direttore di Rolling Stone). L’hashtag #chitaceècomplice da loro promosso trova Gipi in disaccordo e alcuni di noi altri a domandarci se non abbiano esagerato.

La mia reazione a queste due copertine è stata piuttosto articolata, quindi non mi sarà facile spiegarla, ma ci provo.

Pensiero numero uno: ecco, ci risiamo. Ora, se le cose dovessero andare particolarmente male con questo governo, le due copertine in questione probabilmente finiranno sui libri di storia tra trent’anni. Se le cose invece andranno come vanno di solito in Italia, le due copertine alimenteranno un incubo comunicativo imbevuto di partigianeria di cui siamo comunque vittime da quasi venticinque anni (il 26 gennaio prossimo la discesa in campo compie un quarto di secolo: il tempo vola quando ci si diverte, neh?), che i social media hanno presumibilmente esacerbato ma non certo creato dal nulla.

Pensiero numero due: certo che possono farlo, però… La scelta dell’Espresso e di Rolling Stone è più che legittima: una pubblicazione può prendere posizione nella società civile, e ci mancherebbe altro. Certo, se i nostri media fossero bravi a spiegare e a raccontare quanto lo sono a prendere posizione, forse alcune cose sarebbero diverse.

Pensiero numero tre: sono comunque contenta che l’abbiano fatto. C’è una convinzione che, anche se la mia razionalità continua a dirmi che questa guerra mediatica probabilmente non farà che peggiorare le cose, non riesco assolutamente a scacciare: qualcuno doveva pur farlo. Qualcuno deve dire qualcosa.

[Disclaimer: ho accomunato le due copertine perché a mio parere sono il risultato dello stesso tipo di approccio, non perché in sé siano “uguali”. Quella dell’Espresso, torto o ragione, ha l’impatto di un capolavoro editoriale; è un riferimento culturale forte che parla ai miei sentimenti e al mio senso storico, così come sicuramente a quelli del lettore standard dell’Espresso. Quella di Rolling Stone mi pare petulante e banalotta, ma di nuovo, sicuramente è pensata per il proprio pubblico di lettori, niente da dire]

La conclusione del mio ragionamento quindi è che qualcuno deve pur mandare un segnale forte che dica che Salvini ha abbondantemente passato il segno. Molto bene. Oppure no?

Ci ho messo tutte e tre le settimane che sono intercorse tra l’Espresso e Rolling Stone a capire che il mio ragionamento ha una falla. E che no, non va molto bene, perché comunicare che Salvini ha passato il segno non sarebbe primariamente compito dei giornali, ma del resto della politica.

Mentre Salvini occupava il centro dello show, Di Maio ha fatto qualche vago tentativo di stargli dietro, senza risultati apprezzabili né dal punto di vista comunicativo né da quello dei contenuti. Come il primo partito italiano sia riuscito a farsi mettere da parte dalla Lega in modo così plateale, lascio che siano persone più indulgenti di me con il Movimento 5 Stelle a chiederselo.

Invece, forse preda di un vago eco retorico pentestellato, mi sono domandata: e il PD che fa? Non avevo sentito niente di memorabile da quel fronte nell’ultimo mese, ma è pur vero che, da lontano, spesso mi perdo qualche passaggio importante delle faccende di casa. Così sono andata a controllare i social media del segretario Maurizio Martina, e anche di Matteo Renzi, visto che la storia del limitarsi a fare il senatore di Firenze non ha convinto nessuno.

Matteo Renzi è chiaramente alle prese con la nostalgia canaglia del “quando c’ero io”, e trascorre il tempo a difendere i risultati del governo precedente, Jobs Act in primis. Si scalda un po’ sulla faccenda immigrazione, ma poi, intervistato da Lucia Annunziata a 1/2 in più, rivendica soprattutto i risultati di Minniti nel contenere gli sbarchi, e l’umanità di “non lasciare le donne incinte in mezzo al mare”. Sul suo Facebook non c’è nemmeno un post sulle unioni civili in risposta alla nomina di Fontana, che pure era un assist così facile che controllo tre volte per assicurarmi che davvero non lo abbia sfruttato.

Maurizio Martina fa un po’ meglio e un po’ peggio. Meglio perché ha commentato, punto su punto, quasi tutto quello che di grosso è successo nell’ultimo mese. Peggio però nello stile comunicativo, che non riesce a trovare un suo ritmo né una sua energia.

Posizione coraggiose sui migranti, sempre non pervenute: certo non sono popolari, ma verrebbe da dire che visto che il PD ormai non ha molto da perdere, non ci sarà mai un momento migliore di questo per esprimerle. Il più radicale in tal senso pare essere Tito Boeri, cosa che mi suscita qualche legittima perplessità.

Insomma, sembra che ai giornali tocchi fare opposizione perché non lo fa l’opposizione. La sinistra perde la battaglia della comunicazione e la perde da tutti i fronti.

Forse la perde anche perché i suoi contenuti, come aveva suggerito poco dopo le elezioni Enrico Sola, li vuole sentire sempre meno gente, e questa è senza dubbio una battaglia difficilissima da combattere. Non vorrei davvero essere la persona che deve risolvere la crisi del PD di questo momento; soprattutto, non vorrei essere Maurizio Martina per tutto l’oro del mondo. Eppure, rischiamo di finire come nel cuore dell’era Berlusconi: se ci chiedono di pensare a qualcuno che gli ha fatto opposizione forte, invece di nominare un politico, nominiamo il quotidiano Repubblica.

È così che dovrebbe essere in una democrazia? Dobbiamo per forza vivere in uno stato mediatico emergenziale permanente? Possono i giornali fare il loro lavoro – raccontare, spiegare, opporsi – senza diventare ideologici? Mi piacerebbe avere qualche risposta, invece ho solo domande, seppure domande che credo sia importante porsi.

Non so cosa possa inventarsi il PD, o il (dimenticato) resto della sinistra, per rilanciare. Ma a qualcosa dovrebbero proprio pensare.

About

L’ultima volta che ho avuto un blog ero in seconda superiore ed era abbinato al mio account di MSN. Lo sfondo era di un improbabile arancione acceso e ci scrivevo sbrodolate lunghe chilometri sull’amicizia, la fine dell’anno scolastico e le mie citazioni preferite dei Green Day. Se qualcuno mi avesse detto che parlarne mi avrebbe fatto venire la stessa espressione che a quel tempo compariva sulla faccia di mia madre parlando della sua Smemoranda delle superiori, e per giunta anche una fitta di malinconia sotto lo sterno, gli avrei detto che sicuro si erano fatti una birra di troppo.

Da allora, come vuole il cliché, ne è passata di acqua sotto i ponti. Vivo a Londra, cerco lavoro come giornalista o qualsiasi cosa che gli assomigli (è esponenzialmente più probabile che finisca in un ufficio comunicazioni a caso di qualche azienda a caso), scrivo e parlo in inglese tutto il giorno. MSN non esiste più come lo usavamo noi a quattordici anni, mandando trilli infiniti, e pure i Green Day hanno perso, diciamolo, la maggior parte del loro valore musicale e quasi tutto lo smalto.

A casa, intanto, ne succedono di cotte e di crude. Che sciocchezza, trasferirmi di nuovo all’estero proprio quando il breve idillio durante cui non occorreva eccessivamente vergognarsi del proprio governo stava per finire. Fortuna che qui sono troppo presi dalla Brexit per badare a cosa combinano quei pasticcioni degli italiani.

Intanto, questi dieci mesi fuori sede mi hanno illuminato sul mio morboso rapporto con l’Italia, dai cui psicodrammi mi ritenevo annoiata, volendo anche superiore, sicuramente un po’ alienata. Quando non ci vivrò più non saranno un mio problema, mi dicevo, avrò qualcos’altro a cui pensare. Altre battaglie su cui avrò voglia di fare conversazione, altre storie che avrò voglia di raccontare.

E invece, salta fuori che gli psicodrammi mi mancano. Sono storie di cui capisco le sfumature, problemi che mi sono famigliari, meccanismi che vedo ingranare tra di loro da una vita.

Mi manca anche scrivere in italiano. Non che come lingua abbia niente di superiore in materia di eleganza o bellezza; mi piace l’esattezza succinta dell’inglese, il modo in cui le parole si incastrano in una sintassi essenziale e in una grammatica scarna. Ma nessuna lingua è mai come quella madre nella conoscenza che si ha delle sfumature, nella certezza di stare dicendo esattamente quello che si intendeva dire, non un recondito significato in più e non uno di meno.

Quindi, ecco il perché di questo blog: raccontare e commentare l’Italia in italiano, ma da lontano, guardandola con il disincanto con cui si osservano le cose da fuori. Come una vecchia amica del liceo che non si vede più tutti i giorni, ma della cui vita si conoscono ancora tutti i dettagli, le gioie e le sciocchezze.

E quindi, è tutto Splendido visto da qui? No, anzi. È solo ingentilito dalla distanza. Tutto si fa più chiaro, più facile da interpretare, meno drammatico, più assurdo. Si vedono le storture con precisione, e allo stesso tempo ci si ricorda meglio che probabilmente non è la fine del mondo, che in qualche maniera ne verremo a capo. Circa.

Soprattutto, da qui si sente forte l’importanza di scrivere, di commentare e di spiegare, che forse non salverà mai nessuno ma che è anche l’unico attivismo che so davvero fare. Il mio piccolo contributo, la storia che mi racconto quando a fine giornata mi chiedo che cosa ho fatto di utile oggi.

Non so quando è successo, che l’Italia è diventata una cosa a metà tra la mia battaglia più sentita e una vecchia foto color seppia dell’estate degli anni Sessanta. Forse è sempre stato così. Forse solo quando si scappa lontano ci si ricorda dov’è casa, pur senza volerci davvero tornare.

Splendido visto da qui nasce quindi soprattutto da una contraddizione interna, di mente, di sentimenti, di lingua e di scrittura. Se questa contraddizione sia anche un valore aggiunto rispetto alle migliaia di parole che si spendono ogni giorno, lo vedremo, lo dirà chi legge.