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L’ultima volta che ho avuto un blog ero in seconda superiore ed era abbinato al mio account di MSN. Lo sfondo era di un improbabile arancione acceso e ci scrivevo sbrodolate lunghe chilometri sull’amicizia, la fine dell’anno scolastico e le mie citazioni preferite dei Green Day. Se qualcuno mi avesse detto che parlarne mi avrebbe fatto venire la stessa espressione che a quel tempo compariva sulla faccia di mia madre parlando della sua Smemoranda delle superiori, e per giunta anche una fitta di malinconia sotto lo sterno, gli avrei detto che sicuro si erano fatti una birra di troppo.

Da allora, come vuole il cliché, ne è passata di acqua sotto i ponti. Vivo a Londra, cerco lavoro come giornalista o qualsiasi cosa che gli assomigli (è esponenzialmente più probabile che finisca in un ufficio comunicazioni a caso di qualche azienda a caso), scrivo e parlo in inglese tutto il giorno. MSN non esiste più come lo usavamo noi a quattordici anni, mandando trilli infiniti, e pure i Green Day hanno perso, diciamolo, la maggior parte del loro valore musicale e quasi tutto lo smalto.

A casa, intanto, ne succedono di cotte e di crude. Che sciocchezza, trasferirmi di nuovo all’estero proprio quando il breve idillio durante cui non occorreva eccessivamente vergognarsi del proprio governo stava per finire. Fortuna che qui sono troppo presi dalla Brexit per badare a cosa combinano quei pasticcioni degli italiani.

Intanto, questi dieci mesi fuori sede mi hanno illuminato sul mio morboso rapporto con l’Italia, dai cui psicodrammi mi ritenevo annoiata, volendo anche superiore, sicuramente un po’ alienata. Quando non ci vivrò più non saranno un mio problema, mi dicevo, avrò qualcos’altro a cui pensare. Altre battaglie su cui avrò voglia di fare conversazione, altre storie che avrò voglia di raccontare.

E invece, salta fuori che gli psicodrammi mi mancano. Sono storie di cui capisco le sfumature, problemi che mi sono famigliari, meccanismi che vedo ingranare tra di loro da una vita.

Mi manca anche scrivere in italiano. Non che come lingua abbia niente di superiore in materia di eleganza o bellezza; mi piace l’esattezza succinta dell’inglese, il modo in cui le parole si incastrano in una sintassi essenziale e in una grammatica scarna. Ma nessuna lingua è mai come quella madre nella conoscenza che si ha delle sfumature, nella certezza di stare dicendo esattamente quello che si intendeva dire, non un recondito significato in più e non uno di meno.

Quindi, ecco il perché di questo blog: raccontare e commentare l’Italia in italiano, ma da lontano, guardandola con il disincanto con cui si osservano le cose da fuori. Come una vecchia amica del liceo che non si vede più tutti i giorni, ma della cui vita si conoscono ancora tutti i dettagli, le gioie e le sciocchezze.

E quindi, è tutto Splendido visto da qui? No, anzi. È solo ingentilito dalla distanza. Tutto si fa più chiaro, più facile da interpretare, meno drammatico, più assurdo. Si vedono le storture con precisione, e allo stesso tempo ci si ricorda meglio che probabilmente non è la fine del mondo, che in qualche maniera ne verremo a capo. Circa.

Soprattutto, da qui si sente forte l’importanza di scrivere, di commentare e di spiegare, che forse non salverà mai nessuno ma che è anche l’unico attivismo che so davvero fare. Il mio piccolo contributo, la storia che mi racconto quando a fine giornata mi chiedo che cosa ho fatto di utile oggi.

Non so quando è successo, che l’Italia è diventata una cosa a metà tra la mia battaglia più sentita e una vecchia foto color seppia dell’estate degli anni Sessanta. Forse è sempre stato così. Forse solo quando si scappa lontano ci si ricorda dov’è casa, pur senza volerci davvero tornare.

Splendido visto da qui nasce quindi soprattutto da una contraddizione interna, di mente, di sentimenti, di lingua e di scrittura. Se questa contraddizione sia anche un valore aggiunto rispetto alle migliaia di parole che si spendono ogni giorno, lo vedremo, lo dirà chi legge.